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Stefano Marchetti: oreficerie (1989-2011)

Exhibition  /  21 May 2011  -  17 Jul 2011
Published: 03.06.2011
Casa Cogollo detta del Palladio
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© By the author. Read Klimt02.net Copyright.

Intro
(...) I consider Stefano Marchetti the best expression of the evolutionary school of Padua precisely because this ability to innovate in a coded language, a DNA based on specific evidence such as the choice of gold, Euclidean geometry, the absence of gems. Discrete and silent innovation, not in line with the spectacular shouted request from the time of the sign but for this to last over time. (...)

Artist list

Stefano Marchetti
“Desiderio, idea e materia.”
Alba Cappellieri (1)

Let cloud shapes swarm,
Let chaos storm,
I wait for form.
Robert Frost


“Tra tutte le arti non ne conosco di più avventurose, di più incerte, e dunque di più nobili, delle arti che richiedono l’uso del fuoco. Qui si fondono un desiderio, un’idea, una materia. Il loro elemento essenziale è anche il loro maggior nemico. La sua natura esclude o punisce qualsiasi negligenza. Nessun abbandono, nessuna tregua, nessuna esitazione di pensiero, di coraggio o di umore. Ogni scarto è fatale, ogni suo capriccio una sciagura.” (2)
Era il 1930 quando Paul Valery pubblicava questo testo come invito per la XIV Esposizione degli artigiani francesi contemporanei nella plaquette Chez moi, la testimonianza più poetica e struggente sulla lotta che ogni opera “nata dal fuoco” ingaggia contro la materia e la sua vulnerabilità, dove si fondono insieme arte e scienza, intelletto e mano, esperienza e casualità.

Stefano Marchetti voleva fare il pittore, ma forse la penna o il pennello gli sembravano troppo leggeri e l’arte della pittura troppo facile, così aveva scelto ingegneria chimica, alla ricerca di una sfida con materie capaci di opporre una resistenza attiva. Poi, per fortuna, ha continuato il percorso artistico, dove nel gioiello ha ritrovato le stesse sfide e, soprattutto, la possibilità di tenere insieme arte e scienza, quella che i greci definivano univocamente “techne”. “Non sono stato uno studente brillante -confessa- ma avevo un'unica certezza: la mia passione per la scienza e per l'arte: metallo, fuoco e i calcolatori elettronici.” Stefano studia così le tecniche, con determinazione e disciplina, le intreccia con mondi diversi -il mosaico con il mokumé parquetry, il niello con lo shibuichi - indaga i limiti della materia aurea cercando di spingersi sempre un po' oltre, a piccoli passi. Si costringe a una disciplina ossessiva come con le 4000 saldature della spilla del 1989, per capire l’infinità della superficie e le mille sfumature dell’oro. “Lavorare l’oro è meraviglioso –afferma- ha delle proprietà che lo rendono diverso da tutti gli altri metalli. L'oro sembra che ti dia una mano a diventare quello che vuoi tu.”

L’oro è la sua materia e la superficie la sua espressione. I suoi sono gioielli di frammenti e di ritagli, di linee che si estinguono per creare superfici tattili, di modulazioni e di assonanze apparentemente occasionali che rivelano invece una sotterranea compattezza, una fedeltà commovente alla materia aurea e alla sua superficie. Texture eleganti e discrete in cui ci si perde come in un’incisione di Escher, che Stefano riesce a rendere tridimensionali applicando scaglie ton sur ton, lavorando sulle ombre, sul vuoto e sulle sfumature cromatiche che infrangono la bidimensionalità della superficie trasformandola in volume. Contrariamente al cosidetto gioiello avant gard questi gioielli sono poi pensati dalla parte del corpo, progettati per essere indossati, belli da portare e si prestano anche alla sperimentazione sulla serialità e la produzione industriale, che potrebbero rappresentare interessanti percorsi di ricerca futuri. Gioielli in cui confluiscono tradizione e innovazione perché la catena della memoria è l’unica trama che consente identità e ideazione. Conoscere è ricordare e Marchetti dimostra qui di conoscere bene l’oro e la sua natura ma dimostra anche di ricordare la lezione dei padri, di Mario Pinton e di Francesco Pavan in particolare, che non esprimevano la forza di un segno ma la forza della materia: plasmata, domata, controllata.

Considero Stefano Marchetti la migliore espressione evolutiva della scuola di Padova proprio per questa capacità di innovare all’interno di un linguaggio codificato, di un dna fondato su elementi precisi quali la scelta dell’oro, le geometrie euclidee, l’assenza di gemme. Un’innovazione discreta e silente la sua, poco in linea con la spettacolarizzazione urlata del segno richiesta dai tempi ma proprio per questo destinata a durare nel tempo. Si può innovare rompendo drasticamente con la tradizione, rinnegando i padri, facendo le rivoluzioni, oppure, come ci mostra Stefano, cercando la bellezza nei dettagli, l’armonia nelle forme, l’incanto nel silenzio, perché, concludeva Valery, “bisogna volere per vedere". (3)



(1) Alba Cappellieri, professore di design del gioiello al Politecnico di Milano
(2) Paul Valery, in Scritti sull’Arte,Tea, Milano 1996, p. 70
(3) Paul Valery, in Scritti sull’Arte, Tea, Milano 1996, p. 27
Stefano Marchetti. Ring: Untitled. Gold. Stefano, MarchettiRing: UntitledGold. Stefano Marchetti
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Stefano, Marchetti
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Stefano Marchetti. Brooch: Untitled. Gold, silver. Stefano, MarchettiBrooch: UntitledGold, silver. Stefano Marchetti
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Stefano, Marchetti
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